Il 30 aprile 2019 è stata la sesta edizione della “Notte del lavoro narrato”. Una sera speciale durante la quale, in giro per l’Italia, persone accomunate dall’amore per il lavoro, lo celebrano, lo onorano riunendosi spontaneamente. Non si tratta tuttavia di un lavoro qualsiasi. Mi verrebbe da dire qualcosa che va oltre al semplice diritto ad un lavoro. Ieri sera abbiamo celebrato l’unico lavoro al quale bisognerebbe ambire che è quello “ben fatto”. La notte del lavoro narrato nasce per celebrare il “lavoro ben fatto” come descritto nel manifesto di Vincenzo Moretti, eclettica personalità della cultura italiana dalla biografia a dir poco avventurosa (culturalmente parlando).

In Veneto ci siamo affrettati in meno di due settimane ad organizzare la nostra prima edizione della “Notte”. Ci siamo detti che, come moltre altre zone e regioni d’Italia, il Veneto ha una sua specificità in rapporto al lavoro. Oggi più che mai. Non potevamo perdere quest’ occasione simbolica per riunire Fior di Risorse a due mesi da Nobìlita e contemporaneamente contribuire a divulgare i valori che Vincenzo Moretti ha messo per iscritto e nei quali ci riconosciamo.

Ci siamo incontrati in una originale location a sua volta portatrice di una storia personale e professionale che meriterebbe di essere raccontata: al Gio Cafè Living Store di Noventa Padovana.

Massimiliano Franz, che di Fior di Risorse in Veneto ha vissuto i primi passi, ha condotto magistralmente, come solo lui sa fare, il filo del racconto che si è avvolto attorno a cinque persone: Matteo Cocco, Andrea Calabrese, Roberto Zuccaro, Mattia Pagura e Marco Avaro.

Attraverso le loro testimonianze abbiamo visto come il lavoro ben fatto non si misuri dal successo o meno. Il successo, qualunque cosa sia, non è la “metrica” che determina quanto “ben fatto” sia un lavoro.

Matteo lo mette in chiaro subito: “Quando mi sono messo in proprio come freelance mi sentivo come una cinquecento scassata di fronte ad una salita ripida”. E ce lo siamo dipinti tutti alla guida di questo piccolo mezzo, circondato da bolidi sfreccianti in un’autostrada a tre corsie accecato dai “sfanalamenti” di chi chiedeva strada. Ma doveva farlo e lo ha fatto perchè era la scelta giusta per poter fare meglio e fare nel modo giusto (che ha scelto lui) il lavoro di oggi.

Andrea è un Sales Manager in una multinazionale del settore dell’energia che da tecnico progettista ha svoltato poi la sua carriera nelle vendite. Prima come venditore. “ Chiamatemi come vi pare: rappresentante, venditore, agente, mercante ”. Perchè in fondo in fondo lo pensiamo un po’ tutti che il venditore si porti dietro degli stereotipi non molto positivi: furbacchione, opportunista e sempre alla caccia del prossimo contratto. Ma Andrea ci spiega che si può “fare bene” il lavoro nelle vendite prima “interessandosi disinteressatamente” della persona (non cliente) che hai di fronte. Ci ha tradotto il H2H (human to human) in un processo di costruzione di un rapporto personale che precede qualunque transazione commerciale. Abbiamo capito che non basta “farlo”: bisogna “esserlo”.

Roberto è un giovane imprenditore del trevigiano che ha fondato e oggi dirige la propria azienda che costruisce quadri elettrici. Non ci ha messo molto a capire che l’imprenditore per “fare bene” deve essere un supereroe. Per affrontare l’incertezza e la complessità ma soprattutto per motivare e supportare il proprio team. Quando Roberto parla di team intende tutto ma proprio tutto il personale della sua azienda. Ci ha raccontato che nel suo percorso di crescita ha capito come la tecnologia sia solo un supporto per creare un ambiente produttivo. Le persone impegnate nelle attività sono coinvolte profondamente nel plasmare il proprio ambiente e da questo carburante prende velocità il motore della crescita.Vorrei che i miei dipendenti si tatuassero il logo aziendale. Una provocazione per dire che il senso di appartenenza è tutto per “fare bene” e l’imprenditore ne è il vero responsabile.

Mattia comincia giovane a rifiutare un destino quasi segnato: continuare la tradizione di famiglia come da cinque generazioni accade. “Ero già stufo a diciotto anni al punto che ho intrapreso un percorso che mi portasse il più lontano possibile dall’attività che porta il nome della mia famiglia”. E senza mezze misure: studi teatrali e biglietto sola andata per Londra dopo alcune esperienze professionali in Italia. La city gli offre opportunità per le quali si reinventa regista e video maker. Ma un’ inquietudine fa capolino nel tumulto londinese e il gps punta proprio là, da dove aveva voluto scappare. Mattia torna, e a casa sua si avvia nel percorso che lo attendeva molti anni prima. “Se non fossi andato via da tutto questo a diciotto anni, oggi non avrei questa passione per l’azienda di famiglia”.

Marco ha la fortuna di “trovare la luce” già da studente di ingegneria meccanica: “voglio costruire protesi”. Ma non si aspettava fosse ancora così dura dopo tutti quegli anni di studio. E una volta capito come fare, e averlo fatto, arriva il secondo, forse maggiore, ostacolo: etica e/o business? Perchè il margine economico potenziale è enorme ma il compromesso per accaparrarselo è agghiacciante: ogni euro “estratto” dal business delle protesi per amputati appoggia su sofferenza e dolore. Per Marco non c’è dubbio e trova il suo alleato nella tecnologia 4.0 e l’Open Source. Oggi è supportato da una rete di collaboratori etici sparsi in tutto il mondo che attraverso la condivisione delle tecnologie a basso costo oggi disponibili costruiscono protesi biomeccaniche che costano dieci volte meno rispetto ai prezzi di mercato. “ Ogni riduzione di costo aumenta il numero di persone che possono ricominciare una nuova vita grazie ad una nuova mano o a un nuovo piede. Guadagnare va bene, rubare no.

Le parole di questi nostri nuovi amici ci hanno fatto capire come “il successo” lavorativo prenda molte forme. Si sfumano quelle classiche del prestigio sociale, del riscatto economico o della fama e celebrità. A favore di più moderne forme valoriali basate sull’etica e su una attenzione decisamente superiore al benessere personale, collettivo, famigliare e sociale.E’ stata una serata intensa e fitta di incontri tra persone che non si conoscevano. La seconda parte è stata un’ incessante stringersi di mani e scambiarsi impressioni. Per una volta gli smartphone sono stati estratti giusto il tempo di richiedere il collegamento LinkedIn. Questa volta senza personalizzare l’invito perchè a Belle Capocce lo abbiamo potuto fare di persona. Un grazie a tutti coloro che hanno partecipato, in modo particolare a Matteo, Andrea, Roberto, Mattia, Marco.

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